Le favole del 2014

Le favole del 2014
Pasta, pizza e mammà

I paesi maturi, come gli adulti, non hanno bisogno di favole per andare avanti, ma di un sistema razionale capace di premiare il singolo responsabile, chi in un simile contesto si trova a fare impresa, chi scommette sull’innovazione e sui mercati esteri.

Non un sistema iperprottettivo o assistenzialista, né ultraliberale, perché in entrambi i casi il cittadino ‘figliol prodigo’ cercherà di barare. Sempre e comunque, è iscritto nel suo DNA di fabbrica…

Ma l’Italia è un popolo di eterni sedicenni fancazzisti, ‘sordi‘, ignoranti, che pensano che tutto gli sia dovuto: un po’ come l’adolescente cui le filippiche lasciano il tempo che trova, tanto mamma o papà continueranno a zavorrarlo per bene, a comparrgli l’ultimo modello di smartphone, a sponsorizzare i sogni più strampalati del pargolo, scarrafone che, non dimentichiamolo, è sempre bello a mamma sua

Un popolo che continuare a credere alla favola della “ripresa” in quest’anno che è appena iniziato, ripetuta come un mantra dal piccolo Letta, ai discorsi insalata di Renzi, l’altro “giovane” della politica, infarcito di tutto e di più, come si evince nella sua dichiarazione di inizio anno: dalla legge elettorale all’annosa riforma costituzionale, dalle unioni civili fino allo sforamento del 3% per il rapporto deficit-PIL previsto dal Trattato di Maastricht. Il povero Renzi non si è accorto che il Fiscal Compact e il Patto di stabilità impongono all’Italia vincoli ancora più devastanti di Maastricht, ovvero il pareggio di bilancio e un taglio di 50 miliardi di euro.  Ma Renzi non è che il fedele specchio di un paese di sedicenni…

Alla faccia di intellettuali e giornalisti che hanno sprecato litri di inchiostro, non è casuale che sia stato Berlusconi a tratteggiare magistralmente l’indole del popolo italiano, in un intervento di pochi secondi risalente a 10 anni fa…

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5 thoughts on “Le favole del 2014

  1. Dire che in Italia c’è un sistema iperprotettivo, assistenzialista o iper liberale, mi sembra un’affermazione che non trova riscontro nella realtà.
    Il nostro welfare tutela poco e niente: non ci sono asili nido, scuole a tempo pieno, assistenza per gli anziani non autosufficienti.
    Tutto è a carico delle famiglie, e sopratutto delle donne.
    Un atteggiamento miope e contrario a quanto si è visto nei paesi avanzati dove il welfare, nei fatti, libera le donne dalla morsa figli, casa, lavoro, anziani con programmi essenzialmente pubblici.
    L’altra affermazione, cioè paese iper liberista, neppure è condivisibile visto che la PA è un freno a qualsiasi attività imprenditoriale (teoricamente libera) ma in pratica ostacolata in ogni modo nei fatti: sistema giudiziario fatiscente, sistema bancario vecchio e marcio, PA incapace di dare supporto (ad esempio all’export e al turismo).
    Un paese dove il lavoro è sempre mancato, e basta vedere i numeri dell’emigrazione.
    Un paese dove è sempre mancato il capitale di rischio, perché i governi hanno sempre privilegiato la rendita parassitaria al lavoro e alla produzione.
    E la rendita parassitaria favorisce l’accumulazione ma non certo l’impiego del capitale accumulato per poter far nascere attività produttive.
    Un paese che è sempre stato a rischio di finire male.
    Fin dalla sua costituzione come stato nazionale.
    Un paese che è stato convinto dalla rendita sul debito pubblico pre euro e dalla bassa tassazione sugli immobili, di essere un paese ricco.
    Quelle sono le favole che sono state raccontate agli italici.
    Non tanto dai politici, ma da comunicatori che dalle Terrazze del Corso, con in mano un bicchiere, credevano che il paese fosse quello dove vivevano loro.
    Alla fine, finita l’epoca delle svalutazioni, caduto il muro per cui l’unico asset italico, il territorio utile agli USA contro l’URSS, non aveva nessun valore, il paese è stato abbandonato dagli americani mentre i comunisti diventavano gentry abbandonando i lavorati nel nulla..
    In tutto questo processo, che dura dal 45, cosa potevano capire quelle persone che SB descrive, anche male, visto che, come dice Tullio de Mauro, stiamo parlando di 20 milioni di analfabeti funzionali e altri 20 milioni che si avviano a diventarlo, perché non leggono e non si aggiornano?
    Cosa dovevano fare se non sperare che i loro figli migliorassero la loro condizione studiando e accedendo ad un impiego decente e sicuro?
    Ci hanno sperato, hanno fatto studiare i figli, e ora si accorgono che sono prigionieri: i figli non trovano lavoro (nè lo troveranno mai), non possono mandarli all’estero perché quello che i figli hanno studiato non serve all’estero.
    Come capita spesso a chi ha creduto in un sogno, non vogliono vedere, perché sarebbe troppo orribile sapere che il loro progetto di vita per i figli è fallito ancora prima di cominciare, e quindi continuano a marciare come prima, continuano a far fare concorsi in una PA che, prima o poi, dovrà licenziare in massa, continuano a mandarli all’università quando quello che studiano è già morto da un pezzo o, se serve, non si fa da noi, ma magari a Seattle, come mi ha detto un head hunter che aveva appena spedito 17 ingegneri aeronautici napoletani neolaureati assunti dalla Boeing.
    E d’altra parte, se uno studia questa materia, non è che può sperare che lo assuma un sistema italico avio-spaziale minuscolo rispetto a Airbus e Boeing.
    Quindi, non dico che sono bamboccioni per scelta, diciamo che molti lo sono per una nevrosi familiare dove si sa che lo scarrafone non ha speranze, neppure di fare il manovale, neppure il pizzaiolo, neppure al call center, perché sono posti tutti già occupati e, fatalmente, a queste mamme l’unica cosa che si può chiedere è di ammazzare il figlio visto che, non sapendo come finiva, non ha pensato a prendere la pillola 24/25 anni fa o far indossare un profilattico al marito.
    Credo che nessuno s’illuda che la crisi passerà.
    E nessuno crede più ai miracoli.
    Stiamo andando a fondo tutti quanti, insieme, senza possibilità di salvezza.
    Scarrafoni e mamme degli scarrafoni.

    1. Più gli scarrafoni, direi, sopratutto se a loro viene a mancare lo ‘sponsor’… Ad ogni modo, Roby, lo sai meglio di me che non è solo un problema di asili nido e welfare, ma di natura, passami il termine, antropologica…

  2. Ellamiseria, viene voglia di spararsi, a leggere questo post. O almeno di sparare ai propri figli, così si evitano loro ulteriori infelicità. Dai, la porta è aperta: i viaggiatori possono scendere e cambiare Paese, perché il disfattismo non fa del bene a nessuno né sposta di una virgola le cose.

    1. ciao Sabina, disfattismo? E’ una mera contastazione dei fatti. Personalmente, cerco, oppure, mi sforzo di vedere le cose nella sua crudeltà, perché penso che solo prendendo coscienza dello stato di cose si può andare avanti… Grazie per la visita.

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