La grande bellezza (incompresa)

Jep Gambardella
Tony Servillo, nei panni di Jep Gambardella

Visionario, profondo, felliniano, semplicemente memorabile.

“La grande bellezza”, miglior film straniero agli Oscar 2014, torna a far parlare di sé, sebbene pochi, per non dire molto pochi, pare abbiano compreso la complessità, i riferimenti e gli ammiccamenti interni del capolavoro di Sorrentino.

Ci voleva tutta la miscredenza di un napoletano per demolire, sfottere e tratteggiare le miserie dell’Italia e degli italiani di oggi, senza che questi se ne siano resi conto.  Ne scaturisce un ritratto penoso, popolato da figure meschine e da una degradata classe dirigente, cialtrona e arrogante.

E ci voleva tutta l’ironia, il disincanto e la maestria di un altro napoletano come Servillo, alias Jep Gambardella, voce narrante, per mettere a nudo l’anima di un popolo morto, arroccato su un passato che non esiste più, come le bellezze decadenti di Roma, senza presente e senza nemmeno uno spiraglio di futuro, perché privo di una guida  autorevole, degna di questo nome.

Un campionario della fauna dell’Italia contemporanea, paese di “pizze e pezze”, per dirla con le parole di uno dei personaggi, Lello Cava, ricco venditore all’ingrosso di giocattoli:

Il mafioso, silenzioso vicino di casa di Jep, che porta avanti il paese, come confermato dal peso della corruzione sul PIL italiano

L’intellettuale comunista radical chic, che nasconde un passato da leccaculismo politico

La Chiesa, avulsa dalla realtà e cosi poco disposta ad ascoltare i dubbi spirituali degli uomini

L’intellettuale fallito e tradito dalla città che amava e che se ne torna in campagna

La nobiltà decaduta che si svende per pochi spiccioli

La vacua artista “alternativa”, con tanto di falce e martello sul monte di Venere

La direttrice nana del giornale dove lavora Jep, perché la cultura in Italia non ha peso né statura, essendo sempre costretta a volare basso

La milanese riccona, “selfie” e autoreferenziale, da “una botta e via”.

Ecco il panorama desolante dell’Italia di oggi…

L’unica soluzione è tornare alle radici, come spiega l’anziana missionaria a Jep,  nella scena degli uccelli migratori che spiccano il volo al soffio della santa?

Non direi. Più che radici, ali, per volare via.

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7 thoughts on “La grande bellezza (incompresa)

  1. Amica mia, sei stata illuminante.
    La scena degli uccelli non l’avevo capita: l’emigrare come antitesi alle radici.
    L’emigrare come fuga dal degrado.
    E sì che nel film ci sono diversi punti in cui si intravede il desiderio di Jep di non essere prigioniero della piccola Roma: la francese che incontra di notte (Fanny Ardant) il battello sul fiume a ricordare i bateau mouche di Parigi.
    Ma forse solo tu potevi capirlo visto che sei già emigrata una volta.

    1. In maniera incidentale tu poni una questione di enorme importanza: puó un sistema capire se stesso?
      No. E infatti le aziende hanno bisogno di consulenti esterni per riorganizzarsi (altrimenti non escono dall’abbiamo-fatto-sempre-cosí) e le persono devono andare dallo psicoanalista per avere coscienza della loro nevrosi.
      Anche Roma non puó essere capita dai romani, perché essi vivono in quel sistema, quindi solo un romano puó capire Roma.
      Ma non puó essere né un provinciale. (Romano o come Fellini che si sono fatti affascinare dalla città) ma deve essere un intellettuale di una città che non ha mai subito (neppure durante l’impero) il potere culturale di Roma. Perché la vera città che non è stata mai domata non è “Roma mai doma” ma Napoli e i napoletani che hanno come loro specificità di non credere a niente e di non farsi stupire da niente.
      Escluso Diego Armando Maradona, connazionale della nostra impertinente blogger.

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