Vivere per sempre si può

Vivere per sempre si può
Vivere per sempre si può

Non si muore mai una volta sola ma una, due, mille volte.

Perché cancellare vuol dire dimenticare, spazzare via come se non fosse mai fosse esistita quel che resta di una di una persona che non c’è più.

Cosa resta della vita oltre la morte?

Resta un filo invisibile che ti lega indissolubilmente a lei, un limbo chiamato ricordo. Ma a volte non ti basta.

Come abbiamo parlato sul blog di Digital Vizir, oggi hai la possibilità di vivere per sempre, o meglio di far vivere per sempre quella persona così cara.

Dove? Nel digitale. Grazie a chi? A Facebook, il social network per antonomasia.

Per il momento, la funzione è solo disponibile negli Stati Uniti, dove gli utenti potranno scegliere gli eredi digitali dei loro account a cui affidare la loro gestione in caso di morte, che potranno decidere se continuare ad utilizzare il profilo, sebbene con alcune limitazioni, oppure di trasformarlo in una sorta di memoriale.

Ora vivere per sempre si può, quanto meno nel ricordo. Un ricordo digitale, ma pur sempre così vivo…

Grazie a Facebook legacy contact.

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Il ciliegio

 

ciliegio fiorito
Il ciliegio

Il ciliegio è letteralmente esploso nella purezza dei suoi fiori bianchi.
A dispetto di tutti e di tutto.  Anche di questa primavera che stenta a partire ma che arriverà inesorabilmente, anche se il tuo passaggio su questa vita si è fermato il 21 marzo, ore 2.10, su quel letto di ospedale, dove ho potuto accarezzare i tuoi capelli e baciarti per l’ultima volta…

Ma la vita va avanti, o meglio deve andare avanti, perché conosce solo il tasto ‘Play’, come dice Roberto nel suo romanzo e continua a ripetermi in questi giorni…

Io penso, più semplicemente, che le persone assomigliano molto alle macchine e che periodicamente e sopratutto, in caso di eventi straordinari, hanno bisogno di andare in ‘stand by’ o in modalità manutenzione. Per poter rielaborare il nuovo contesto, riorganizzare e custodire gelosamente quello che rimane e che serve, e smaltire i pezzi inutili, la zavorra che ci si porta tante volte appresso…

Paulo Coelho direbbe è il momento di ‘chiudere i cicli’. Per ripartire con uno slancio rinnovato (o presuntamente tale), nei progetti nuovi o nei soliti… Perché la corsa non è ancora finita. Perché in fondo è quello che avresti preteso da me.

E io non mi voglio congedare da te, non posso, ma semplicemente salutarti come lo facevo sempre, con un bacio, una carezza e un ‘Nos vemos pronto, papito’…

 

ASL, ovvero venga a prendere il caffé da noi

Venga-a-prendere-il-caffe-da-noiTutta la scena era da commedia all’italiana anni ’70: comica, tragica, grottesca.

La location è la sede dell’Anagrafe Sanitaria di una ridente località balneare ligure, molto apprezzata dai giovani per fare cicloturismo da mozzafiato nell’entroterra  e per le belle spiagge con tanto di “bollino blu”.

Ma siamo in Liguria, terra che avrebbe tutte le carte in regola per campare alla grande di turismo, manca però il bene prezioso della cortesia e dell’apertura mentale  nei confronti del “forestiero”.

Si sa, la torta di riso è sempre finita da questi parti, a qualunque ora tu arrivi, come nell’esilarante scenetta del trio comico Ceccon, Casalino, Balbontin.

Ed io ho pure l’accento latino, anche se sono una regolare cittadina italica, che paga le tasse e quindi lo stipendio degli impiegati della ASL dietro allo sportello iscrizioni, quei due, che in due, mi fanno il terzo grado, incominciando dal solito mantra: ‘ma lei è straniera?’, mentre sbuffanti, l’uno controlla la carta d’identità, l’altro, con un moto di stizza, mi attacca verbalmente, senza apparente motivo, perché dovrei essere in possesso non solo della tessera sanitaria ma anche del tesserino sanitario cartaceo, mentre io ho la grave colpa di non averlo e soprattutto di non aver capito all’istante cosa altro volesse da me questo occhialuto tizio dai capelli diradati e secchi come il suo carattere.

Ho un flash, la scena del film “Venga a prendere il caffè da noi”, quando un indimenticabile Tognazzi, nei panni di Emerenziano Paronzini, burocrate statale di Luino, vorace lettore della “Filosofia del piacere” del Mantegazza, nella metaforica scena a tavola, che rappresenta mirabilmente il suo rapporto a quattro  con le tre racchie e assatanate sorelle Tettamanzi, si accinge a mangiare la frutta e dice “di tre mele marce, ne faccio una buona”.

Solo che in questa ASL da due impiegati non si riesce ad avere un po’ di buona efficienza, magari condita con un po’ di buona educazione.