A.A.A. Sfiga Cercasi

AAA Sfiga Cercasi
Legge di Murphy

Alcune persone dedicano molte delle loro energie a lagnarsi: del governo ladro che aumenta le tasse, della burocrazia elefantiaca e surreale della P.A, delle associazioni  di cui fanno parte.

Sempre, a qualunque titolo.
In questo modo, mi sembra che non facciano altro che attirarsi la sfiga e non solo perché lo prevede la legge di Murphy.

A che pro? Trovo snervante cercare di concentrarsi sempre sul pezzo mancante o quello che non va come idealmente dovrebbe andare, vuoi per dovere, per logica o per semplice buon senso.

Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che si rema in un mare in burrasca e che la tempesta non riguarda solo l’Italia, il cui rating del debito sovrano si attesta sempre a BBB+ ma con outlook negativo.
E che le prospettive dal punto di vista della società civile sono pessime, come risulta dai dati che l’amico Roberto Marsicano si è preso la briga di pubblicare sul su blog, nell’articolo La foto dell’ignoranza.

Il mondo è cambiato e cambierà ancora. E non solo per la crisi ma per un insieme di fattori che le classi dirigenti italiche sembrano escludere totalmente dal dibattito, impantanate come sono nella melma vacua del chiacchiericcio da mercato elettorale permanente.
Stiamo osservando allo sfacelo di un mondo sempre più ineguale. Delle conseguenze per il nostro futuro ne parla il premio Nobel Joseph Stiglitz nel suo ultimo capolavoro Il prezzo della disuguaglianza.

Questa è la diagnosi, ma la cura, semmai esista una è cercare di surfare l’onda di questa infinita recessione a cui dovremo abituarci, che ci costringe a trovare nuove vie, metaforicamente a “fare muta” nello stile di vita e nel lavoro.
Diventare resilenti, per andare avanti. ‘Aprender a emprender’, ovvero imparare a intraprendere, come dicono quelli di UniMOOC Aemprende

La posta in gioco è solo una. La sopravvivenza.

Svalutation: no recession!

Il vento della recessione soffierà ancora a lungo in particolare sull’Europa. Non lo dice solo l’economista  Fitoussi invitato speciale della prima puntata dell’evento televisivo di Celentano “Rock Economy” in onda ieri sera su canale cinque e che ha riscosso un boom di ascolti.

Le previsioni per niente rosee sono quelle del FMI, in occasione del World Economic Outlook presentato oggi a Tokyo. Negative le previsioni per l’Eurozona, in particolare per l’Italia con una recessione del  2,3%  e dello 0,07% nel 2013 oltre a un tasso di disoccupazione  destinato a crescere.

La cosa davvero allarmante è che nessuno all’interno del FMI sembra preoccuparsi delle devastanti implicazioni sociali  delle politiche di rigore su alcuni Paesi europei, in particolare in Grecia e Spagna. La prima, con le casse ormai vuote e con fondi a disposizione per arrivare fino alla fine di novembre se non arrivano gli aiuti di Bruxelles. La seconda, che continua a temporeggiare sull’ipotesi di chiedere un salvataggio europeo.

La politica di austerity dettata dall’Europa, il problema dei debiti sovrani che ha ormai assunto i connotati di debito odioso, l’aggravarsi della congiuntura economica hanno messo a nudo la necessità inderogabile di ripensare la crescita per superare la contraddizione di fondo: l’impossibilità di rilanciare i consumi per via da un lato i tagli ai bilanci pubblici e l’aumento delle imposte e dall’altro la mancanza di liquidità o credit crunch nel circuito che frena gli investimenti. Lo sostengono in tanti, intellettuali ed economisti di diverse scuole di pensiero, tra cui 120 economisti francesi che hanno pubblicato su Le Monde un articolo contro il fiscal compact.

“Affannarsi a cercare di far ripartire l’economia nel modo in cui ha funzionato negli ultimi decenni non porta da nessuna parte”, sostiene Mauro Magatti in Oltre la grande contrazione: verso una crescita di nuova generazione.

Figlia degli ‘eccessi finanziari’ scatenati dalla crisi americana del 2008 che ha promosso un’economia basata sul consumo a debito,  la difficile congiuntura attuale è destinata a durare lungo. Per avviare un nuovo modello di crescita, occorre abbandonare la concezione quantitativa e ripartire su una nuova “economia psichica” basata su beni relazionali, rispettosa dell’ambiente delle istanze democratiche dei popoli. L’esatto contrario di quanto sta avvenendo nel contesto europeo.

L’ESM, ovvero A.A.A. sovranità svendesi

Dopo il bazooka di Draghi che da il via libera all’acquisto illimitato di titoli di Stato sul mercato secondario per calmierare lo spread, arriva oggi la tanto attesa sentenza della Corte costituzionale tedesca sulla costituzionalità del fondo salva stati europeo.

Ma c’è un “ma”: Berlino approva lESM con un contributo limitato fino a 190 miliardi dei 700 miliardi previsti, poiché ogni ulteriore dazione dovrà essere deliberata dal Parlamento a maggioranza qualificata. Approvato già dal Parlamento Italiano il 19 luglio scorso, la quota complessiva che l’Italia, indebitata fino al collo, dovrà sborsare nell’ambito dell‘ESM è di circa 125 miliardi, l’equivalente di tutte le recenti finanziarie di Tremonti e di Monti.

In cambio del sostegno finanziario, l’ESM potrà imporre ai Paesi debitori pesanti condizioni in materia di salari, pensioni, nuove tasse, tagli della spesa pubblica pomposamente denominata spending “review”.

Uno Stato Membro non potrà uscire dall’ESM, mentre un paese in difficoltà non potrà rifiutare l’aiuto dell’ESM. Questo oscuro meccanismo, ribattezzato il mostro di LochMess da Elio Lannutti, costringerà gli Stati a pagare i loro debiti verso gli altri Stati e soprattutto verso le banche europee piene zeppe di titoli tossici. Inoltre nell’ambito dell’ESM non ci sarà nessuna trasparenza, tutti i suoi documenti saranno riservati, oltreché i funzionari preposti saranno ritenuti immuni da qualunque eventuale provvedimento giudiziario.

Un nuovo ordine europeo basato sulla svendita delle sovranità nazionale a un’oscura entità sovranazionale è stato istituito. Una ristretta cerchia oligarchica si è ormai impossessata del potere e punta a demolire lo Stato Sociale a colpi di misure illiberali e tecnocratiche sotto l’egida di una traballante architettura europea.

La colpa dei maiali e la Germania smemorata

In questa estate arroventata dalle temperature, dai mercati sull’ottovolante e forse dallo scampato pericolo di una tempesta globale perfetta, per parafrasare il guru dell’economia Nouriel Roubini vale la pena soffermarsi sulla lettera dell’imprenditore Gianni Bulgari al direttore di La Repubblica pubblicata venerdì scorso.

Bulgari sottolinea il fatto che la moneta unica, nata per accelerare l’integrazione europea, ne sta provocando la disgregazione, cosa che trova d’accordo non pochi. Sebbene Mario Draghi abbia dichiarato recentemente l’irreversibilità dell’euro e che non c’è rischio di un’esplosione (o implosione) dell’unione monetaria, il peccato originale con cui la moneta senza Stato deve fare sempre i conti è duplice: è stata introdotta in Paesi con economie divergenti e non è stato previsto dai trattati un piano B di uscita.

Un ruolo chiave in questo travagliato periodo è svolto dalla crisi dei debiti sovrani, dove i numeri sono di per sé significativi se raffrontati fra di loro.

Secondo le ultime proiezioni della Commissione Europea, nel 2013 nove economie avranno un debito pubblico oltre l’80% del PIL (Grecia, Italia, Portogallo, Gran Bretagna, Francia, Spagna e – udite, udite – la Germania, la prima della classe, il cui debito reale batterà quello dell’Italia, raggiungendo l’esorbitante cifra di 2.082 miliardi contro i 1.988 miliardi del debito nostrano), mentre il FMI stima che il debito degli Stati Uniti  balzerà al 113% e quello del Giappone ha già raddoppiato la ricchezza nazionale prodotta.

Tuttavia nessuno di questi due ultimi Paesi si trova sull’orlo del baratro come invece accade per l’Europa. Su questa situazione incide non poco il “doppiopesismo” della Germania che consente di fare agli altri quello che non vorrebbe fare per sé, come lo dimostra il rinvio alla Corte Costituzionale tedesca della questione di legittimità del Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM) e del fiscal compact, decisione su cui la Corte si doveva pronunciare a metà settembre.

Infatti, la smemoratezza storica è ciò che contraddistingue l’attuale leadership tedesca che sta trascinando l’intera Europa nel baratro. La Germania sembra essere colta dalla sindrome di Versailles quando è stata costretta a pagare sanzioni durissime essendo stata considerata l’unica responsabile del conflitto mondiale. Solo che questa volta sono i PIIGS al suo posto, mentre Berlino interpreta la parte del Clemenceu di turno che pretende non solo una riparazione dai Paesi periferici, ma una punitiva politica di austerity capace solo di rendere ancora più acuta la recessione in atto.

D’altronde, bisogna scomodare Nietzsche per capire la motivazione alla base di tale atteggiamento. L’autore di “Genealogia della morale” aveva sottolineato che la parola “debito”  (Schuld) è la stessa che viene usata per “colpa” e che i Paesi debitori sono definiti “Defizit-Sunder”, che in italiano sarebbe come dire “peccatori di deficit”. Insomma, come sempre, la colpa è del maiale (debitore) e non di chi gli dà da mangiare (le banche, che foraggiano il debito degli Stati per lauti interessi).

Buon Ferragosto a tutti

La lezione della MMT per uscire dalla crisi dell’eurodebito

In occasione del convegno tenutosi a Rimini dal 24 al 26 febbraio scorso Michael Hudson, economista americano  esponente della Modern Money Theory, denuncia il potere delle lobby finanziarie e propone una ricetta neokeynesiana per uscire dalla crisi del debito che attanaglia l’Europa. In poche parole, creare disavanzo, ovvero aumentare la spesa pubblica per sostenere consumi, investimenti e innescare il circolo virtuoso della crescita.

Contro la visione rigorista ancorata alle regole di bilancio di stampo tedesco che rischia di rendere ancora più acuta la recessione in atto, i rappresentanti della MMT propongono l’abbandono dell’euro, moneta nata con il difetto genetico di non avere un vero stato alle spalle, ed il default, come fece l’Argentina nel 2003, liberandosi dal fardello delle disastrose politiche neoliberiste capeggiate da Menem e dalle ricette del FMI degli anni ’90.

Questa incongruenza dell’euro è alla base della fortissima speculazione finanziaria che attualmente colpisce i paesi più deboli dell’Unione Europea – i cosiddetti PIIGS, Grecia, Irlanda, Portogallo, Italia e Spagna, secondo il professore di economia presso l’Università del Missouri nonché analista finanziario a Wall Street.

Senza l’ombrello di una banca centrale vera e propria, ovvero senza un “prestatore di ultima istanza”, i Paesi dell’eurozona devono ricorrere alle banche private per finanziarsi attraverso l’emissione di titoli, banche peraltro inondate da miliardi di euro della BCE al tasso irrisorio dell’1%.

Di questa vagonata di soldi nemmeno un euro finisce nell’economia reale, ormai strozzata dal credit crunch, nemmeno un euro in tasca a famiglie e imprese, rapinate del proprio futuro che stanno pagando lo scotto di questa crisi di sistema.