Schiavi digitali

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Vita, opere e miracoli di uno schiavo digitale nello scenario del mondo ‘always ON’

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Suicidio non autorizzato

Suicidio non autorizzato
Suicidio non autorizzato

Il cinismo della gente non conosce limite e lo tocchi con mano in situazioni estreme, come quella dell’ultimo disperato che ha deciso di mettere la parola fine, lanciandosi sotto l’IC proveniente da Livorno in direzione Milano, proprio mentre ero in viaggio verso Mestre per l’ultima edizione di Digital or Nothing.

Per molti, il suicidio e’ sempre una noiosa seccatura che spezza la quotidianità, quell’affannoso andirivieni a tratti privo di significato che contraddistingue le nostre giornate.

E senti l’uscita di un’imbolsita cinquantenne dai capelli rosso menopausa che se la prende variamente con le Ferrovie e con il povero disgraziato perché “l’istinto di sopravvivenza deve prevalere”
Al che la compagna , una biondona sugnosa, ritenzione idrica a go go, inveisce contro il malcapitato, perché avrebbe dovuto scegliere un luogo più opportuno per ammazzarsi e perché le strampalate Ferrovie dello Stato dovrebbero prevedere un treno aggiuntivo in partenza sul capoluogo successivo.

Non un pensiero di pietà  per il disgraziato che alle 5 di mattino,  in mezzo alla campagna toscana, e’ andato incontro al suo destino.
Chi era costui? Nessuno sembra porsi quella domanda, forse era solo, forse aveva perso il lavoro, un amore, forse aveva bussato a troppe porte o forse a nessuna…

O forse, semplicemente, si era posto troppe domande senza trovare nessuna risposta.

Nessuna per cui valesse la pena di continuare ad andare avanti.
Proprio nessuna.

La bicicletta e l’arte della fatica

La bicicletta e l'arte della fatica
La bicicletta e l’arte della fatica

 

Se c’e’ una cosa che la mia cara Montana mi ha insegnato, e’ che nella vita tutto si ottiene con fatica, costanza e sacrificio.
A meno di non avere uno sponsor, cosa che e’ stato sempre la norma per trovare  uno straccio lavoro o fare carriera in questo Paese soffocato dal familismo amorale.

E quando sei in mezzo alla salita, con le marce sfruttate al massimo, capisci che l’unica alternativa e’ stringere i denti e continuare a pedalare, perché se ti fermi sei finito.

E devi andare avanti solo con le tue gambe. Non ci sono scorciatoie, nessun sotterfugio, ne spinte sul lato b. Non c’e’ nemmeno mammina o papino a spianarti la strada, a imboccarti o a prendere il pane appena sfornato, anche quando già dovreste essere fuori dalle scatole da un pezzo.

Ci sei solo tu e la salita che ti sfida…

Ogni giorno cerco di instillare nei miei giovani studenti questo stesso spirito ‘agonista‘, perché là, fuori dalle aule, bisogna avere fiato, per stare al passo, per inventarsi un lavoro che non c’e’ e per non sprofondare sempre più giù nel baratro.

Non mi meraviglia più i loro sguardi stupiti e perplessi, quando snocciolo per filo e per segno come stanno le cose là fuori, in un mercato del lavoro in cui tutti, prima o poi, volente o nolente, saremmo sostituiti da macchine sempre più intelligenti e dai nomi cinematografici, come Watson.

Mi stupiscono, invece, i loro genitori o comunque coloro preposti a fare da guida e che invece si credono di avere in casa il novello Maradona, la futura Mariangela Melato o il prossimo John Travolta.

Per la serie ‘ogni scarrafone e’ bell’ a mamma soja’.

 

Sfruttati d’Italia, unitevi contro Peter

Principio_incompetenzaLa realtà è bipolare, per non dire schizofrenica. Ancora di più in Italia, paese dove le fazioni non sono mai scomparse, diviso in mille tribù per non dire regnicoli che fanno capo a poteri e micropoteri locali dalla forza pervasiva, nonostante dai tempi di Pipino Il Breve sia passato un bel po’.

Un potere feudale, dove il vassallo di turno ha ben poche chances, se non quella di ingoiare rospi avvelenati, spettatore inerme di una realtà squallida che nessuna rivoluzione grillina o comunque dal basso potrà mai scalfire…

Invalidi, più o meno finti, ma che sono amici del signorotto locale, che riesce a farli assumere a tempo indeterminato anche nelle aziende private e che vanno regolarmente sotto mutua per allungare così il periodo di ferie.

Tanto ci sarà sempre un precario normodotato non paraculato che svolgerà con efficienza la sua mansione, il tutto a beneficio dell’azienda dal marchio conosciuto, che ha sempre il coltello dalla parte del manico nella sua pretesa di spremere il precario come un limone, ma chiudendo un occhio, se non addirittura tutti e due, sull’invalido o sul lavoratore svogliato ma con il pregio di avere le maniglie al posto giusto.

Dopo tutto nello Stivale ha trionfato sempre il principio di Peter, secondo il quale ogni individuo tende a salire nella scala gerarchica fino al  massimo livello di incompetenza, per quanto possa sembrare paradossale…

I nuovi schiavi

 

I nuovi schiavi

 

 

Che la Repubblica Italiana fosse fondata sul precariato, l’ho scritto in altre occasioni.

Ma che in nome di una presunta flessibilità il precariato stesse diventando una nuova forma di schiavitù, in grado di spazzare via secoli di diritti acquisiti, è ormai un fatto agli occhi di tutti, reso ancora più acuto dalla recessione che ci terrà compagnia anche per tutto il 2013, anno di elezioni e di solite promesse non mantenute.

Una nuova, silenziosa forma di schiavismo, trasversale a tutti i settori e assetti societari: dalla piccola impresa agricola che sfrutta manodopera straniera in nero in una delle zone più floride della Liguria, alla più grande azienda di servizi italiana, passando per quell’oscuro mondo delle cooperative che conquistano a prezzi stracciati gli appalti nei più svariati settori, quelle che nascono e muoiono in un batter d’occhio, e dove un esercito di lavoratori schiavi arriva ad essere pagato la bellezza di 2,5 euro all’ora.

Compensi ‘cinesi’ e costo della vita europeo, un mix esplosivo, il cui effetto è quello di mettere indietro le lancette dell’orologio del progresso.

Contratti scritti in un linguaggio criptico, fatto apposta per ‘fottere’ il malcapitato, quando non addirittura inesistenti, straordinari non pagati e pure i ricatti, più o meno velati, del faraone di turno.

E chi non sottostà alle regole draconiane, è sbattuto fuori, cacciato via e subito rimpiazzato con un precario nuovo di zecca. Tanto quello del precariato è l’unico mercato in via di espansione.

Un po’ come ai tempi dell’Antico Egitto: schiavi, merce di scambio, uomini privi di diritti e condannati ai lavori forzati.

La favola dell’art. 18

L’altro giorno su “L’aria che tira” si parlava di giovani, lavoro e articolo 18, la discussa e fantomatica norma che impedirebbe i licenziamenti illegittimi nelle aziende con più di 15 dipendenti. Ma quanti lavoratori sono effettivamente tutelati da questa norma? Secondo le ultime stime dell’ISTAT, il tessuto produttivo italiano è composto per circa il 95% da imprese con meno di 10 dipendenti. Senza contare il variegato e sterminato mondo degli autonomi, delle finte partita IVA, dei contratti atipici e “flessibili”, degli stage gratuiti. Per non parlare della consueta prassi della frammentazione di aziende in sottosocietà con un numero inferiore di 15 dipendenti per evitare l’assoggettamento a tale norma.

“Il posto fisso è monotono e l’articolo 18 non è un tabu”, ha dichiarato Monti in una trasmissione televisiva, scatenando proteste non solo dei sindacati ma anche all’interno della maggioranza e di tutti quei lavoratori, la stragrande maggioranza,  che vivono nella precarietà e nell’incertezza.

In un Paese “normale” la flessibilità può anche essere un vantaggio per agevolare l’inserimento nel mondo del lavoro o per far fronte a esigenze particolari delle imprese in periodi particolari. Invece, in Italia, la flessibilità è diventata precariato, sfruttamento, ricatto e, peggio ancora, il miglior modo per scaricare sui lavoratori il rischio d’impresa e le conseguenze di una crisi economica diventata sistemica.

Il dibattito sull’art. 18 è un finto problema, in quanto rappresenta una norma già lontana dalla realtà, che avanza inesorabilmente verso una precarizzazione del posto di lavoro con contratti penalizzanti per i giovani, a cui non solo vengono sbarrate le porte del credito ma che si troveranno ad avere una magra pensione.

La verità è che c’è chi il posto fisso non ce l’ha e non ce l’avrà mai. E c’è chi lo critica e che invece dovrebbe guardarsi bene dal farlo. Come la ministra Fornero, la cui figlia, Silvia Deaglio, classe 1974, insegna medicina all’Università di Torino, la stessa dove insegnano mamma e papà, e contemporaneamente è ricercatrice nel campo della genetica presso una fondazione privata. Doppio stipendio, certo, ma una monotonia che non ti dico.