Memoria

Pezzo mancante
Memoria

Noi traduttori abbiamo il pallino, per non dire l’ossessione,  delle parole che devono tenere fede.
Usiamo persino sistemi di traduzione che ci consentono di creare una memoria di tutto quello che è passato sotto le grinfie della nostra tastiera.
In modo da non smarrire niente, di non perdere  “pezzi” per strada, con la convinzione, a volte più o meno illusoria, che quella memoria ti consenta di andare avanti in maniera più spedita, perché racchiude in sé qualcosa di già risolto, già assimilato, che fa parte ormai del tuo bagaglio culturale…

Lo stesso vale, o dovrebbe valere, per la vita.
Puoi anche decidere di farne uso o meno, di fottertene ampiamente, di riscrivere il tuo pezzo in libertà, senza ogni regola, ma la tua personale memoria sarà sempre lì a spuntare, a farti capire chi sei e da dove vieni.
Giorno dopo giorno, incancellabile, come quella foto che mi fissa ogni mattina di te bambino, scalzo, biondo, con in mano una pesca che porgi come un trofeo.

La favola dell’art. 18

L’altro giorno su “L’aria che tira” si parlava di giovani, lavoro e articolo 18, la discussa e fantomatica norma che impedirebbe i licenziamenti illegittimi nelle aziende con più di 15 dipendenti. Ma quanti lavoratori sono effettivamente tutelati da questa norma? Secondo le ultime stime dell’ISTAT, il tessuto produttivo italiano è composto per circa il 95% da imprese con meno di 10 dipendenti. Senza contare il variegato e sterminato mondo degli autonomi, delle finte partita IVA, dei contratti atipici e “flessibili”, degli stage gratuiti. Per non parlare della consueta prassi della frammentazione di aziende in sottosocietà con un numero inferiore di 15 dipendenti per evitare l’assoggettamento a tale norma.

“Il posto fisso è monotono e l’articolo 18 non è un tabu”, ha dichiarato Monti in una trasmissione televisiva, scatenando proteste non solo dei sindacati ma anche all’interno della maggioranza e di tutti quei lavoratori, la stragrande maggioranza,  che vivono nella precarietà e nell’incertezza.

In un Paese “normale” la flessibilità può anche essere un vantaggio per agevolare l’inserimento nel mondo del lavoro o per far fronte a esigenze particolari delle imprese in periodi particolari. Invece, in Italia, la flessibilità è diventata precariato, sfruttamento, ricatto e, peggio ancora, il miglior modo per scaricare sui lavoratori il rischio d’impresa e le conseguenze di una crisi economica diventata sistemica.

Il dibattito sull’art. 18 è un finto problema, in quanto rappresenta una norma già lontana dalla realtà, che avanza inesorabilmente verso una precarizzazione del posto di lavoro con contratti penalizzanti per i giovani, a cui non solo vengono sbarrate le porte del credito ma che si troveranno ad avere una magra pensione.

La verità è che c’è chi il posto fisso non ce l’ha e non ce l’avrà mai. E c’è chi lo critica e che invece dovrebbe guardarsi bene dal farlo. Come la ministra Fornero, la cui figlia, Silvia Deaglio, classe 1974, insegna medicina all’Università di Torino, la stessa dove insegnano mamma e papà, e contemporaneamente è ricercatrice nel campo della genetica presso una fondazione privata. Doppio stipendio, certo, ma una monotonia che non ti dico.