Il paese dei bambini

Il paese degli eterni bambini
Il paese degli eterni bambini

Vivo in un paese di bambini, di eterni bambini, nel senso più deleterio dell’espressione. Non un’infanzia dedita alla curiosità, alla voglia di sperimentare e di intraprendere, come i giovani calabresi che ho incontrato al MaSem, e come ce ne saranno tanti altri, ma bambini perennemente immaturi, fiacchi e pure extra large.

Bambini capricciosi o “vinciuti”, per dirla alla Roberto Marsicano, bambini 30-40enni, ancora a casa dei genitori, che aspettano la mattina il papà che va a prendergli la focaccia appena sfornata o il cornetto al cioccolato. Bambini regolarmente sposati, che vivono in villetta bifamiliare, che hanno partorito altri bambini, questa volta quelli “veri”, cresciuti e scarrozzati dalla mattina alla sera dalla nonna tuttofare che si pregia ancora di cucinare per tutta la tribù, persino per la nuora nullafacente, vero pezzo di carne con gli occhi, da quanto sia vigile.

Bambini che pensano a fare altri bambini, viziati e arroganti pure quelli, perché tanto c’è sempre all’uso un adulto, più o meno anziano, con l’imperativo morale di aiutare, sostenere e reggere gli zebedei finché morte non giunga. Sempre, contro ogni logica. Guai a dissentire, si è prontamente bollati da talebani anaffettivi o semplicemente da mentecatti.

Bambini sapientemente piazzati in posti strategici della pubblica amministrazione, delle grandi e piccole organizzazioni, in virtù di conoscenze “giuste”, dediti a combinare i disastri più impensabili, gestiti, guarda caso, sempre dai soliti preposti a cambiare i pannolini sporchi.

Un microcosmo grottesco, brulicante di lagnosi, irresponsabili e parassiti catatonici a ogni forma di cambiamento, dove si va avanti per inerzia, strisciando come vermi, succhiando la linfa altrui.

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