Pagamenti in tempi biblici nell’era digitale

pistola testa
Pagamenti PA, “a babbo morto”

Mai più. Mi sono ripromessa che non ci voglio cascare mai più. Da spararsi. Ne va della mia salute mentale, messa già a dura prova da tante altre “amenità” che l’andazzo generalizzato del paese ci propina quotidianamente.

Che nell’anno del Signore 2013, io debba aspettare più di quattro mesi dalla conclusione dell’incarico perché venga emesso l’atto di notifica dal Tribunale, recapitatomi nella solita busta color verde vomito dal postino. E che debba aspettare un tempo ‘imprecisato’, a detta del Cancelliere, affinché diventi esecutivo, è davvero sarcastico.

Come rasenta la parodia che il mio onorario venga decurtato ben del 50% se io avessi ritardato, anche di un solo un giorno, la consegna.

E l’assurdità raggiunge vette stellari quando si pretende che io mi debba scomodare per andare a consegnare il lavoro ‘a mano’ e in triplice copia, quando soltanto con un solo click io posso spedire un documento dall’altro capo del mondo.

Ma quell’organizzazione a stampo delittuoso, che in altri paesi normali prende il nome di Stato, m’impone la PEC e un’infinita’ di altri assurdi adempimenti burocratici per far perdere del tempo alla sottoscritta e intrattenere con un finto lavoro qualche assonnato impiegato statale.

Ma forse nessuno di questa banda di pretoriani se n’è accorto, perché vivono ancora sotto il regno dei Borboni, anche se li vedi lì, abbarbicati alle loro rassicuranti poltroncine, davanti allo schermo di un terminale, usato tale e quale alla penna e al calamaio di antica memoria.

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Autenticamente Falso

burocrazia_PA

Viviamo in un paese dove la Pubblica Amministrazione vive con l’ossessione di controllare tutto e tutti.

Più occhiuta del KGB e più verticistica dell’imperatore cinese (e del suo esercito di mandarini), è totalmente impregnata di questa grave psicosi da cui deriva un orgia di timbri, bolli, marche, notai, certificati, firme e sigle in triplice copia che devono produrre orgasmi non indifferenti alle impiegate che con orgoglio sbattono il timbro davanti al suddito allo sportello.

L’idea della Pubblica Amministrazione è che tutto deve essere certificato su carta, possibilmente in bollo, in modo da avere una prova che uno è cieco veramente o che si è veramente laureato. Poi magari si scoprono eserciti di finti ciechi che, da Bolzano a Pantelleria, prendono per i fondelli INPS, Asl e altri enti preposti, oppure che ci sono reggimenti di finti medici, finti dentisti, finti geometri e chissà se non scopriremo un giorno pure finti senatori e deputati.

Un’ossessione per la carte che, vista con l’occhio critico del razionalismo e nell’epoca del digitale, non è solo una malattia ma anche una cosa ridicola visto che qualsiasi documento si può rifare pari pari all’originale, e in un modo alla portata di tutti. Basta un PC, uno scanner, un programma di grafica e tutto si falsifica, senza neanche ricorrere a qualche esperto falsario con lente d’ingrandimento e dita sporche di nicotina e d’inchiostro da timbro.

Devi produrre quel certo documento, che ormai non trovi più perché nel frattempo hai fatto tre traslochi nei dieci anni che è durata la tua causa?

Andare a scavare in soffitta e in cantina fra carte amuffite, racchette da tennis (cimeli di antiche velleità sportive) e tonnellate di scarpe e borse che non metti più?

Ma neanche per sogno. Chiami il collega che ha fatto la tua stessa causa, ti fai scannerizzare il suo documento (che lui tiene in ordinati fascicoli), con Paintshop cambi quello che c’è da cambiare, lo spedisci via email all’avvocato che poi lo porterà in Tribunale dove sarà fotocopiato enne volte perdendo di fotocopia in fotocopia qualsiasi traccia di falso.

E così si fa con tutto, e tutti siamo potenzialmente come Frank Abagnale, quel truffatore minorenne americano che riusciva a farsi passare anche per pilota di aviolinea. Ed erano solo gli anni 60, tempi di colla e forbici. Ora è tutto più facile e alla portata di tutti.

Solo la P.A. italica non se ne è accorta e crede alle favole della PEC e alla firma digitale, che proprio perché digitali, sono ancora meno sicure di un pezzo di carta in originale. Si fa per dire   😉