La grande sconfitta

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La grande sconfitta

Nulla è come appare. Proprio nulla.

Il linguaggio è ridotto a mascherare, insabbiare, confondere, in bilico tra il ‘detto’ e il ‘non detto’, snaturato dalla sua funzione primordiale, sporcamente vigliacco…

E la fiducia non da una mano, come dovrebbe. Ti affidi agli affetti, quelli più vicini, alla tua famiglia, che ti ha visto nascere e che dovrebbe essere in possesso del tuo libretto di istruzioni; alla cerchia dei tuoi amici più stretti, non a quella lunga lista, seppure ben segmentata, di conoscenze, colleghi, clienti, vecchi compagni di scuola che vogliono aggiungerti ai loro contatti su Facebook e molto spesso non sai il perché. No, a quelli no…

I presupposti per una vita serena e ‘a testa alta’ passa inevitabilmente per l’accettazione della verità, quella specie di scheletro polveroso che tutti cercano di nascondere nel retrobottega della propria anima, là dove abitano i fantasmi, dove i morti sono sempre vivi e vegeti…

– Devi faticare, si sa, la vita è una corsa a ostacoli, col vento contro
– Devi pagare quello che ti spetta, non puoi pensare di lasciare i tuoi debiti a chi viene dopo di te
– Deve essere coerente, nelle idee e nelle azioni

Ma sopratutto in questo Paese senza un presente e men che meno un futuro, nessuno sembra ingoiare facilmente la pillola della verità, la bella e grande sconfitta…
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Suicidio non autorizzato

Suicidio non autorizzato
Suicidio non autorizzato

Il cinismo della gente non conosce limite e lo tocchi con mano in situazioni estreme, come quella dell’ultimo disperato che ha deciso di mettere la parola fine, lanciandosi sotto l’IC proveniente da Livorno in direzione Milano, proprio mentre ero in viaggio verso Mestre per l’ultima edizione di Digital or Nothing.

Per molti, il suicidio e’ sempre una noiosa seccatura che spezza la quotidianità, quell’affannoso andirivieni a tratti privo di significato che contraddistingue le nostre giornate.

E senti l’uscita di un’imbolsita cinquantenne dai capelli rosso menopausa che se la prende variamente con le Ferrovie e con il povero disgraziato perché “l’istinto di sopravvivenza deve prevalere”
Al che la compagna , una biondona sugnosa, ritenzione idrica a go go, inveisce contro il malcapitato, perché avrebbe dovuto scegliere un luogo più opportuno per ammazzarsi e perché le strampalate Ferrovie dello Stato dovrebbero prevedere un treno aggiuntivo in partenza sul capoluogo successivo.

Non un pensiero di pietà  per il disgraziato che alle 5 di mattino,  in mezzo alla campagna toscana, e’ andato incontro al suo destino.
Chi era costui? Nessuno sembra porsi quella domanda, forse era solo, forse aveva perso il lavoro, un amore, forse aveva bussato a troppe porte o forse a nessuna…

O forse, semplicemente, si era posto troppe domande senza trovare nessuna risposta.

Nessuna per cui valesse la pena di continuare ad andare avanti.
Proprio nessuna.

Viva la crisi

Viva la crisi
Per il 2013, viva la crisi

Viva…

Questa depressione più nera e lunga di quella del ’29
Perché  ha costretto il Paese a togliersi finalmente la maschera e a fare i conti con gli sbagli della sua storia recente, fatta di debito pubblico e da livelli di corruzione degni del terzo mondo…

I politici di tutti i colori e sottocorrenti, renziani, grillini & C.
Perché sono solo  l’altra faccia dell’italiano medio, sempre pronto a fottere il prossimo, lo sconosciuto, l’alieno, per la propria combriccola o sul sacro altare della “famiglia“…

I forconi, i populisti e gli altri illusi, che non hanno la più pallida idea di come stanno le cose, in Italia e nel mondo.
Perché ancora credono che basta scagliarsi contro la casta e chi non la pensa come loro per risolvere la situazione…

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I miei studenti...
Perché devono sapere che ho imparato dai loro errori, anche quelli più grossolani…

E tutti quelli che mi hanno scalfito, graffiato, ferito e che continueranno imperterriti e impassibili a farlo ‘per contratto’…
Perché mi hanno reso la persona che era destino che fossi…

Buon Anno Impertinente a Tutti.

A.A.A. Sfiga Cercasi

AAA Sfiga Cercasi
Legge di Murphy

Alcune persone dedicano molte delle loro energie a lagnarsi: del governo ladro che aumenta le tasse, della burocrazia elefantiaca e surreale della P.A, delle associazioni  di cui fanno parte.

Sempre, a qualunque titolo.
In questo modo, mi sembra che non facciano altro che attirarsi la sfiga e non solo perché lo prevede la legge di Murphy.

A che pro? Trovo snervante cercare di concentrarsi sempre sul pezzo mancante o quello che non va come idealmente dovrebbe andare, vuoi per dovere, per logica o per semplice buon senso.

Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che si rema in un mare in burrasca e che la tempesta non riguarda solo l’Italia, il cui rating del debito sovrano si attesta sempre a BBB+ ma con outlook negativo.
E che le prospettive dal punto di vista della società civile sono pessime, come risulta dai dati che l’amico Roberto Marsicano si è preso la briga di pubblicare sul su blog, nell’articolo La foto dell’ignoranza.

Il mondo è cambiato e cambierà ancora. E non solo per la crisi ma per un insieme di fattori che le classi dirigenti italiche sembrano escludere totalmente dal dibattito, impantanate come sono nella melma vacua del chiacchiericcio da mercato elettorale permanente.
Stiamo osservando allo sfacelo di un mondo sempre più ineguale. Delle conseguenze per il nostro futuro ne parla il premio Nobel Joseph Stiglitz nel suo ultimo capolavoro Il prezzo della disuguaglianza.

Questa è la diagnosi, ma la cura, semmai esista una è cercare di surfare l’onda di questa infinita recessione a cui dovremo abituarci, che ci costringe a trovare nuove vie, metaforicamente a “fare muta” nello stile di vita e nel lavoro.
Diventare resilenti, per andare avanti. ‘Aprender a emprender’, ovvero imparare a intraprendere, come dicono quelli di UniMOOC Aemprende

La posta in gioco è solo una. La sopravvivenza.

Governo precario, vita precaria

Governo precario, vita precaria
Governo precario, vita precaria

A volte penso che ognuno  scelga di vivere nel paese più consono alla propria nevrosi. E che a dispetto del mare che mi guarda ogni mattina dalla finestra e dalle colline, ideali per fare ciclismo, forse sia giunta l’ora di alzare i tacchi e di cambiare aria.

Non voglio più  stare in un paese morente e senza speranza. Più  disperato di quei migranti che hanno lasciato la vita perché credevano in qualcosa, in un futuro.

Dove governi precari si alternano e si trastullano nel nulla, prendendo, tuttalpiù , provvedimenti che aggravano un Paese ormai in caduta libera…

Non voglio più stare in un Paese che sara’ sempre servo e vile da ogni lato lo si veda. Ci si vende, anzi ci si svende, per una nomina: dal giornalista di sinistra – che poi, quale sinistra, quella che non c’è, che non c’è quasi mai stata e che non ci sarà mai – al parlamentare catapultato a Roma per fare da “peone”, all’anonima sgarzolina che spera di andare in TV dandola alla prima occasione che capita, fino all’amico del funzionario di turno alla ricerca di qualche ‘favore’ più o meno lecito.

Il tutto nell’indifferenza più totale perché la realtà, quella che scavi sotto la coltre del mare di menzogne, mezze verità  e pregiudizi, fa male. Ma fa ancora più male sguazzarci dentro.

I nuovi schiavi

 

I nuovi schiavi

 

 

Che la Repubblica Italiana fosse fondata sul precariato, l’ho scritto in altre occasioni.

Ma che in nome di una presunta flessibilità il precariato stesse diventando una nuova forma di schiavitù, in grado di spazzare via secoli di diritti acquisiti, è ormai un fatto agli occhi di tutti, reso ancora più acuto dalla recessione che ci terrà compagnia anche per tutto il 2013, anno di elezioni e di solite promesse non mantenute.

Una nuova, silenziosa forma di schiavismo, trasversale a tutti i settori e assetti societari: dalla piccola impresa agricola che sfrutta manodopera straniera in nero in una delle zone più floride della Liguria, alla più grande azienda di servizi italiana, passando per quell’oscuro mondo delle cooperative che conquistano a prezzi stracciati gli appalti nei più svariati settori, quelle che nascono e muoiono in un batter d’occhio, e dove un esercito di lavoratori schiavi arriva ad essere pagato la bellezza di 2,5 euro all’ora.

Compensi ‘cinesi’ e costo della vita europeo, un mix esplosivo, il cui effetto è quello di mettere indietro le lancette dell’orologio del progresso.

Contratti scritti in un linguaggio criptico, fatto apposta per ‘fottere’ il malcapitato, quando non addirittura inesistenti, straordinari non pagati e pure i ricatti, più o meno velati, del faraone di turno.

E chi non sottostà alle regole draconiane, è sbattuto fuori, cacciato via e subito rimpiazzato con un precario nuovo di zecca. Tanto quello del precariato è l’unico mercato in via di espansione.

Un po’ come ai tempi dell’Antico Egitto: schiavi, merce di scambio, uomini privi di diritti e condannati ai lavori forzati.

Sarkozy c’est fini

L’era Sarkozy è finita. La Francia ha deciso di cambiare, eleggendo al ballottaggio il socialista François Hollande con il 51,7% dei voti.

Un risultato molto atteso non solo dai francesi ma da molti europei sfiduciati dalla politica rigorista benedetta dal duopolio Merkozy che acuisce la drammatica recessione in atto. In campagna elettorale, Hollande ha criticato in diverse occasioni le politiche economiche europee in  vigore, tra cui il famigerato Fiscal Compact,  ovvero il patto di bilancio siglato a marzo da 25 paesi UE e fortemente voluto dalla Germania.

In Francia ha vinto il cambiamento, infatti lo slogan della campagna di Hollande è stato “Le changemente c’est maintenant”, il quale ricorda l’obamiano “Yes We Can” che accanto a “Hope” e “Change” furono le parole d’ordine della marcia trionfale del  44º presidente americano eletto nel 2008.

Il programma elettorale di Hollande, le “60 promesse per la Francia”, è così ambizioso da essere bollato come irrealistico: creazione di 150.000 posti di lavoro nei settori dell’innovazione ambientale e sociale, vantaggi fiscali per le imprese che assumono giovani mantenendo parallelamente un lavoratore anziano al lavoro, rilancio della scuola pubblica, introduzione degli eurobond, della Tobin tax, correzione al ribasso della riforma pensionistica di Sarkozy, con la reintroduzione dell’età pensionistica a 60 anni, dopo aver maturato 41,5 anni di contributi. Alla faccia della riforma delle pensioni nostrana targata Fornero.

Sul fronte europeo, il presidente neoeletto punta a rafforzare il ruolo della BCE quale prestatore di prima e ultima istanza. Infatti, secondo Hollande la BCE ha due modi per sostenere la crescita: abbassare ulteriormente i tassi d’interesse e prestare denaro direttamente agli Stati piuttosto che attraverso le banche che si finanziano all’1% e poi prestano agli Stati al 6%.

Sarebbe un vero scacco matto al potere delle banche. Riuscirà Hollande nell’impresa? Dal suo successo dipende l’assetto dei prossimi equilibri europei.

Intanto stamattina schizza lo spread oltre 400, le borse crollano dopo il voto in Francia e Grecia, reagendo negativamente ai verdetti elettorali contrari alla politica dell’austerity.