Mal di spread

Lasciato alle spalle il 2011, forse la keyword che contraddistinguerà l’andamento dei mercati e ossessionerà la nostra vita pubblica nel corso di questo anno è spread. Un termine che la stragrande maggioranza degli Italiani ha sentito pronunciare come un tormentone televisivo dall’estate scorsa, quando questo indicatore ha iniziato la sua vigorosa impennata.

Sono in molti a sostenere che la sfiducia dei mercati nell’Italia non ha riscontro nei cosiddetti “fondamentali” dell’economia, che sono migliori di quanto il differenziale tra BTP e Bund tedeschi suggerirebbe. Secondo gli economisti il terreno è scivoloso per la complessità della materia e perché le interpretazioni di quello che sta succedendo sono varie.

Le domande che non solo gli esperti ma i cittadini si pongono sono le seguenti:

Perché la caduta del governo Berlusconi non ha arrestato la corsa dello spread ma è stata accompagnata da un aumento, nonostante l’indubbia credibilità internazionale del Professore?

Perché nonostante l’approvazione della stangata Monti e l’avvio dell’ancora fumosa fase “Cresci Italia” lo spread continua ad assestarsi su livelli così pericolosi da sostenere?

Secondo il Presidente del Consiglio, è lo scacchiere europeo a non tranquillizzare i mercati. Occorre adottare misure adeguate per far fronte alla crisi e neutralizzare la speculazione a carico dei paesi più fragili di Eurolandia: Grecia, Italia, Portogallo e Spagna. “L’Italia ha fatto i compiti a casa”, dichiara con soddisfazione l’esecutivo.

Luca Ricolfi su La Stampa tenta di dare una risposta convincente: i mercati stanno punendo l’Italia perché hanno colto l’impianto recessivo della manovra e perché sostanzialmente i mercati credono poco agli annunci dei governi e si fidano molto invece  delle previsioni degli organismi internazionali che parlano chiaro. L’Italia è entrata in recessione. E la crescita sarà negativa, attestandosi allo -0,5% secondo l’Ocse e addirittura allo -1,6% secondo il Centro Studi di Confindustria.

La cura per il mal di spread di cui soffre l’Italia è la crescita, che non è solo uno slogan. E questo i mercati l’hanno capito, ma forse un po’ meno il nostro Governo.

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La manovra e la favola delle liberalizzazioni

La vignetta di Ellekappa  su Repubblica – Crescita zero. Equità zero: il famoso pareggio bilancio – sintetizza mirabilmente gli effetti sull’economia reale del decreto ‘Salva-Italia’ approvato ieri dal Senato.

Ben il 90% delle misure varate rappresentano tasse,  per la bellezza di 18 miliardi di euro, ma il prof. Monti ha dichiarato che “ora l’Italia può andare a testa alta in UE”, ma con le pezze sul lato B per gli effetti del tartassamento.

La fase due del programma Monti si concentrerà sul rilancio dell’economia, sulla spending review, ovvero la revisione della spesa pubblica e sull’altrettanto doloroso capitolo delle liberalizzazioni.

Ma siamo sicuri che le liberalizzazione hanno davvero portato un abbassamento dei prezzi negli ultimi 20 anni? Secondo uno studio elaborato dalla CGA di Mestre sulla base dei dati ISTAT, la risposta non lascia dubbi.

L’apertura del mercato ha portato una vera impennata dei prezzi in quasi tutti i settori interessati, i quali si sono comportati da veri oligopolisti “facendo cartello”. Il caso più eclatante è quello delle assicurazioni che dal 1994 ad oggi hanno subito un aumento del +184,1%. Ma anche i servizi bancari e finanziari non sono da meno, registrando un aumento del +109,2%  sempre nello stesso arco temporale. Per non parlare dei trasporti ferroviari, il cui aumento è andato di pari passo con la scadenza del servizio erogato, soprattutto nelle tratte dei pendolari; tra il 2000 ed il 2011, sono aumentati del +53,2%, contro un aumento dell’inflazione pari al +27,1%.

Alla luce di tale clamoroso flop, verrebbe da pensare se forse non sia meglio per le tasche del consumatore avere i taxi contingentati e continuare a comprare i farmaci della fascia C solo nelle farmacie comunali. Lo scopriremo nei prossimi mesi con la ‘cura Passera’. Con tanti cari auguri di Buon Natale.

Stangata, liberalizzazioni e l’anno che verrà

Quest’anno Babbo  Natale porterà a tutti noi tanti bei regali. Da poco più di un mese dall’aver incassato la fiducia, il governo dei professoroni capeggiato da Mario Monti ha messo a punto una bella stangatina ‘coi fiocchi’. È la cosiddetta manovra “Salva-Italia” – ma ammazza italiani – che è stata da poco varata dalla Camera e lunedì sarà votata al Senato.

Molti esponenti della più vergognosa classe dirigente che dobbiamo sopportare sin dalla Prima Repubblica  – in primis, i Leghisti – sostengono che non ci volevano dei tecnici per fare una manovra “tutta tasse” e “niente sviluppo”. Ma perché allora non sono stati in grado di fare una manovra migliore nell’ultimo governo Berlusconi? Perchè si comportano come se fossero stati fino all’altro ieri all’opposizione?

Lo stesso Monti ha ammesso velatamente il carattere recessivo di una manovra imposta dalla gravità della crisi finanziaria del Paese che si innesta con quella non meno rosea europea. Ed anche la recessione ormai ci bussa alla porta, con il suo bel pacchetto doni, molto prima della Befana. Una previsione da far paura persino ai più ottimisti: crollo del PIL al -2%, 800.000 posti di lavoro in meno previsti nel 2000.

Introduzione dell’ICI-IMU, aumento delle accise, riforma delle pensioni, ulteriore aumento di due punti percentuale dell’IVA sono le principali misure ‘lacrime e sangue’ che graveranno sulle tasche ormai vuote dei cittadini italiani.

Ma l’uomo che è riuscito a spezzare il monopolio della Microsoft in Europa non poteva fare di più sul fronte delle liberalizzazione? Sarebbe una misura in grado di stimolare la crescita è l’opinione unanime dei più autorevoli economisti. La domanda che sorge spontanea è come fa Monti a spingere l’acceleratore sulle liberalizzazioni per dare ossigeno alla crescita?

La risposta è scontata. In un Paese così incancrenito e corporativistico come l’Italia il tema delle liberalizzazioni che già Bersani nel governo Prodi cercò di varare è l’emblema che la ‘difesa di una rendita frutta molto di più dell’apertura di un mercato’, per citare le parole dell’editoriale di Massimo Giannini di venerdì scorso su Repubblica.